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Tempi bui ma capitalismo sempre in pista
Due volumi entrano nelle interpretazioni della crisi finanziaria per di dimostrare che gli apocalittici sbagliano e la libertà non tradisce
di Alberto Mingardì
Ci vuol giudizio, sussurra don Giovanni preparandosi a bastonare Masetto. A Call for Judgment. Sensible Finance for a Dynamic Economy di Amar Bhidé, Schmidheiny Professor alla Fletcher School of Law and Diplomacy, è un testo suggestivo e complesso. Per Bhidé, le letture della crisi finanziaria fornite sin qui rientrano in due macro-categorie: le condanne senza appello del capitalismo nel suo complesso, con l’ambizione più o meno scoperta di indurre a ripensamenti politici (“mai sprecare una buona crisi”), e le spiegazioni di dettaglio, con le quali gli insider del sistema finanziario cercano di stringere i bulloni senza entrare in discussioni “di sistema”. Il libro di Bhidé reagisce alle une e alle altre, sostenendo assieme che il capitalismo è in ottima salute e continua ad essere il sistema più efficiente e sensato per creare ricchezza, ma nel contempo che c’è qualcosa che non va nella finanza moderna. Un approccio non diverso è quello di Kevin Dowd (Università di Nottingham) e del giornalista Martin Hutchinson, Alchemists of Loss. How Modern Finance and Government Intervention Crashed the Financial System. Entrambi i volumi uniscono ad un approccio fondamentalmente “liberista” una profonda insoddisfazione per gli assetti del “capitalismo reale”, perlomeno in campo finanziario.

Il punto di partenza di Bhidé è il celeberrimo saggio di Hayek sull’uso della conoscenza nella società. Se le società moderne si fondano su una sorta di “innovazione permanente”, spiega, bisogna riconoscere che essa è possibile soltanto grazie a decisioni decentralizzate. L’innovazione è “democratica”, a renderla possibile non solo soltanto i “lavoratori della conoscenza”. Anche chi sta alla catena di montaggio può essere un innovatore. Come scriveva Hayek, “esiste senza dubbio un corpo di conoscenze molto importante, ma non organizzate, che non possono essere considerate scientifiche, nel senso di conoscenza di leggi generali”. Sono “circostanze particolari di tempo e di luogo”. “Proprio rispetto a questo tipo di conoscenze praticamente ogni individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, dal momento che egli possiede informazioni uniche che possono essere utilizzate con profitto, ma solo se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a lui”. Il mercato serve appunto ad aggregare queste conoscenze. Ma questo processo di apprendimento funziona se e solo se libertà e responsabilità vanno assieme: se ciascun individuo sopporta le conseguenze, giuste o sbagliate, delle sue azioni.

Bhidé non si limita a enfatizzare i problemi legati all’azzardo morale (bisogna “ripudiare la dottrina del too big to fail” ed “evitare qualsiasi bail-out”, scandiscono Dowd e Hutchinson). Egli suggerisce che, per quanto i prezzi siano importanti nel veicolare informazioni, “il dialogo - fra due individui o fra ampi gruppi, che avvenga di persona, via telefono, o via Internet - gioca un ruolo almeno altrettanto importante nel coordinare le azioni e nell’aggreggare l’informazione”. “La grande forza del capitalismo moderno risiede nella libertà che esso dà a una moltitudine di individui di compiere scelte basate non solo sui fatti oggettivi che essi osservano, ma anche sulla loro immaginazione, sul loro temperamento, sulle loro prospettive”. Il mercato è anche una “conversazione”, un dialogo costante fra azionisti e manager, fra investitori e imprenditori, fra aziende e consumatori. Questo dialogo richiede flessibilità continua, è un processo di perpetuo adattamento - e proprio per questo la sua formalizzazione è difficile, e mal si adatta a “predizioni meccaniche”, che finiscono per determinare una “finanza robotizzata”. Bhidé ha in mente come modello positivo il dialogo che s’instaura fra i venture capitalist e le start up che finanziano; il ruolo giocato da investitori “fortI”, che riescono a supportare ed orientare le scelte del management. A lasciarlo perplesso è la “diluizione della responsabilità”, che inevitabilmente si presenta in strutture vieppiù complesse, in imprese ad azionariato diffuso, e nelle grandi istituzioni finanziarie.

Dowd e Hutchinson vorrebbero “ricreare un mondo in cui la più parte delle azioni siano detenute direttamente dagli individui”, contrapponendo “managerial capitalism” e “individual shareholder capitalism”. Bhidé non diversamente, come molti sostenitori del “narrow banking” (ma con argomenti diversi dalla più parte di loro), vorrebbe che istituzioni presso le quali i depositi sono assicurati potessero svolgere solo un determinato catalogo di compiti.

Dove A Call for Judgment risulta un libro portentoso, è nella cascata di argomenti che riversa sul lettore. Sul piano metodologico (il positivismo degli economisti viene spietatamente vivisezionato) come su quello storico. La “deresponsabilizzazione” degli investitori è variamente ricondotta a atti di deregolamentazione e di regolamentazione. Bhidé, per esempio, è critico delle normative sull’insider trading: se gli investitori non-insider sapessero di essere in competizione con altri che hanno accesso a informazioni privilegiate, sarebbero portati ad essere scarsamente tolleranti con le opacità.

La pars costruens è meno convincente. Le sue conclusioni sono improntate alla logica del second best: la regolamentazione come surrogato di un mercato effettivamente libero. E’ il punto più debole del suo ragionamento. A dispetto delle buone intenzioni: “nelle attuali circostanze”, scrive, “è una buona cosa screditare l’establishment”. E’ convinto che i sommovimenti degli elettorati forniscano migliori garanzie, per il ritorno alle regole della responsabilità, delle elucubrazioni dei tecnocrati. Una scommessa più coraggiosa che giudiziosa.

Da Il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2011
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