L’effetto Brunetta è svanito? Gli ultimi dati sembrano segnare il ritorno degli impiegati pubblici alle vecchie abitudini. Dopo 14 mesi di calo, ad agosto e settembre l’assenteismo è tornato a crescere, rispettivamente, del 16,7 e del 24,2 per cento rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso. A ottobre il balzo è addirittura del 28,3 per cento. La classifica dei giorni di malattia è guidata da Genova, con uno sbalorditivo più 149,2 per cento. Per la cronaca, il comune più virtuoso della nostra regione – tra quelli che hanno fornito informazioni – è Quiliano, che segna una contrazione del 54, 2 per cento.
Qualcuno ha provato a spiegare l’inversione di tendenza con l’influenza A: ma è una teoria poco credibile. Intanto perché le rilevazioni si riferiscono alla coda dell’estate, quando ancora il morbo non aveva raggiunto l’attuale diffusione; e anche a ottobre i casi di mal di stagione, nella sua variante consueta come in quella suina, non hanno neppure sfiorato i livelli di guardia. I tecnici del ministero stimano che, a livello nazionale, senza l’influenza i giorni di malattia sarebbero saliti solo del 21 per cento: un valore comunque non marginale. Per questo, la reazione immediata di Brunetta è stata un ulteriore giro di vite, con l’estensione a sette ore delle fasce, contro le quattro attuali.
L’approccio muscolare del ministro ha qualche ragione. Nei mesi scorsi, proprio queste forme di penalizzazione – assieme a una modesta riduzione del salario per ogni giorno di assenza – hanno prodotto un calo vistoso delle assenze. Indagini nazionali e locali convergono nell’attribuire proprio alle iniziative di Brunetta tale fenomeno. Nel mese di settembre 2008, quando l’ “effetto Brunetta” si è manifestato al massimo, le assenza si sono ridotte del 44,6 per cento, e in molti altri mesi si sono comunque mantenute del 30 per cento al di sotto delle medie storiche. Perfino chi ha criticato le analisi del ministero, sottolineando la frammentarietà dei dati disponibili, ha riconosciuto che dei miglioramenti ci sono stati. In alcuni casi davvero clamorosi: uno studio di Maria De Paola e Vincenzo Scoppa su una pubblica amministrazione del Sud ha rivelato che “l’introduzione della legge ha ridotto le assenze di circa il 45-50 per cento” tra il 2007 e il 2008. La flessione è stata tanto pronunciata che, a dispetto del rialzo, le assenze a ottobre 2009 sono ancora del 32,7 per cento inferiori allo stesso mese del 2007.
Com’è possibile, però, che dopo un inizio tanto promettente si sia tornati all’andazzo di sempre? In parte, la riforma è vittima del proprio successo. E’ naturale che, col tempo, le dinamiche si assestino e i fannulloni si ringalluzziscano, forti anche dei controlli a campione e non particolarmente frequenti. Quindi, chi in un primo momento si era messo prudenzialmente in riga, adesso magari cerca di riguadagnare almeno parte della libertà perduta. Secondariamente, le penalizzazioni salariali sono oggettivamente molto piccole, e forse a conti fatti un giorno di vacanza vale pure un piccolo sacrificio.
La questione più generale, però, riguarda la tecnica adottata da Brunetta. Finora si è concentrata sulla repressione dei comportamenti più discutibili. Ma la forza, pur essendo utile in alcune circostanze, difficilmente consente di raggiungere risultati duraturi. Questo lo stesso Brunetta ce l’ha ben presente, e infatti – nonostante taluni eccessi retoriche, che rappresentano però una comprensibile concessione agli umori del suo elettorato di riferimento – il suo progetto di lungo termine passa attraverso una più sostanziale riforma del modo in cui le pubbliche amministrazioni sono organizzate.
Sarebbe, infatti, ridicolo pensare che i dipendenti pubblici siano in qualche modo diversi da quelli privati. Diversa è la struttura di incentivi a cui sono sottoposti – in particolare, il regime delle sanzioni, che quasi mai vengono utilizzate nel settore pubblico. Questo è tanto più importante quanto più si sale nella gerarchia: sono i dirigenti, i primi responsabili dell’inefficienza, ed è loro quindi che bisogna mettere nelle condizioni di lavorare, lasciandogli la necessaria autonomia nella gestione delle risorse umane. Se però performano male, paghino: più stanno in alto, più salato dovrebbe essere il prezzo.
Inoltre, non bisogna compiere l’errore di scambiare la lotta all’assenteismo con un miglioramento automatico dell’efficacia e dell’efficienza della pubblica amministrazione – cioè della sua capacità di perseguire gli obiettivi e di farlo al minor costo. Costringere gli impiegati a passare in ufficio tutto il tempo che devono è un passo importante, ma decisamente non l’ultimo né il principale. Quello che serve, a monte, è una revisione dei metodi di lavoro della PA, avendo il coraggio di ridurre la “domanda di burocrazia”, tagliando le procedure o esternalizzando quello che si può affidare tramite gare o altri strumenti di stimolo dell’efficienza. Nel medio termine questo può implicare addirittura una riduzione del personale, e quindi un taglio strutturale della spesa pubblica.
Da Il Secolo XIX, 24 novembre 2009