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L'immigrazione fa profitti
Alvaro Vargas Llosa sottolinea che al pari di tutti gli altri, gli immigrati sono assieme produttori e consumatori, e influenzano l'andamento dell'economia nell'uno e nell'altro ruolo
di Alberto Mingardi
Poche questioni sono così politicamente "divísive" come l'immigrazione. Sono tante le parole che si prestano a diventare bandiere al vento: dalla A di accoglienza alla T di tradizione. «Governi, attivisti politici e critici dell'immigrazione di ogni risma non si vergognano minimamente di giustificare le barriere contro l'immigrazione col linguaggio tipico degli Stati dí polizia», scrive Alvaro Vargas Llosa nelle conclusioni del suo Global Crossings: Immigration, Civilization, and America. Come sempre innanzi alle cose che spaventano, si fa in fretta a perdere di vista il dato umano (la libertà di movimento delle persone) e assieme la razionalità del fenomeno, i cui effetti restano incompresi. Per Vargas Llosa, saggista e Senior Fellow dell'Independent Institute (Oakland, Ca) «non c'è nulla di nuovo e nulla da temere», se non i luoghi comuni. L'area del mondo nella quale la percentuale di immigrati è più rilevante sono i Paesi arabi attorno al golfo persico, non è vero che si emigra solo dalle nazioni più povere (Paesi che si arricchiscono continuano a "esportare" individui), non è vero neppure che il più alto tasso di incarcerazione negli Usa si riscontra fra i "latinos". Global Crossing è una risposta razionale e ponderata ai timori dei molti elettori che, nel segreto dell'urna, votano contro l'immigrazione. Aiuta anche a correggere l'impressione di una contrapposizione netta fra destra e sinistra. Negli Usa gli interessi organizzati più favorevoli ai migranti sono le lobby agricole, il conservatore «Wall Street Journal» ha una posizione tradizionalmente pro open borders , i più accaniti "chiusisti" sono i sindacati. Il vero nemico della libertà di movimento è il nazionalismo. La sacralizzazione dell'idea di nazione ci ha allontanati dalla saggezza di Montesquieu: «Se sapessi una cosa utile alla mia nazione ma che fosse dannosa per un'altra, non la proporrei al mio principe, poiché sono un uomo prima di essere un francese o, meglio, perché io sono necessariamente un uomo, mentre sono francese solo per combinazione». Lo Stato nazionale, ricorda Vargas Llosa, è una istituzione recente nella storia umana, e non è detto che abbia arrestato le lancette dell'innovazione politica. Un esempio. La doppia cittadinanza era "un concetto assurdo" ai tempi di Teddy Roosevelt, adesso è una realtà piuttosto comune. Le identità sono più porose di quanto si pensi. Oggi l'immigrazione internazionale pesa per il 3% della popolazione mondiale. Curiosamente, nell'Ue, che pure considera la libertà di movimento uno dei suoi pilastri, solo un europeo su dieci è nato da genitori stranieri. Quanti vorrebbero chiudere le frontiere hanno argomenti di diverso tipo. La questione islamica guarda in realtà una percentuale assai modesta dei migranti. Più che altro, i "chiusisti" giocano su un vecchio equivoco: l'idea che la ricchezza sia una torta da fare a fette, e così l'occupazione. "Il lavoro agli italiani", perché ogni nuova bocca da sfamare sottrae pane a un lavoratore autoctono.
 
Costoro non comprendono che «il mercato del lavoro è una creatura flessibile, malleabile, in continuo cambiamento, i cui limiti, rispetto al numero di posti di lavoro disponibile, nessuno può stabilire a priori». Inoltre, e forse soprattutto, non considerano un fatto ovvio: al pari di tutti gli altri, gli immigrati sono assieme produttori e consumatori, e influenzano l'andamento dell'economia nell'uno e nell'altro ruolo. Provoca Vargas Llosa: «Se ulteriori incrementi della forza lavoro avessero un effetto negativo, come mai tra il 1950 e oggi (un periodo in cui la forza lavoro negli Stati Uniti è cresciuta da 6o a 150 milioni grazie alla massiccia entrata delle donne e dei baby boomers nell'economia) non si è registrato alcun aumento di lungo periodo nel tasso di disoccupazione?». Si dirà che gli immigrati tendono a competere per lavori a bassa specializzazione, andando pertanto a danneggiare una categoria di lavoratori fra i più deboli. Di nuovo si postula che "consumatori" e "produttori" siano figure diverse, inconciliabili, probabilmente in conflitto. Ma la realtà economica non copia un modello statico, nuove persone corrispondono a nuovi bisogni e nuovi desideri, e nuovi bisogni e nuovi desideri alla possibilità di arricchirsi provando a soddisfarli. La libertà di migrare è uno strumento con il quale si dà risposta a quegli "squilibri" che caratterizzano la vita economica, perché caratterizzano la vita umana: avvicina chi offre lavoro a chi è in condizione di acquistarlo.

Negli immigrati, in molti temono dei "free rider" dei sistemi di welfare. Per Vargas Llosa l'argomento è serio, ci sono ottime ragioni per ripensare lo Stato sociale, nondimeno i benefici sociali dell'immigrazione superano i suoi pretesi costi. Le stime dell'econdmista Michael Clemens arrivano a ipotizzare che eliminando del tutto, ovunque nel mondo, le barriere all'immigrazione il Pil mondiale potrebbe crescere dal 50 al 150%. Meno roboanti e più interessanti sono forse altre considerazioni del nostro autore.
Egli è convinto che «gli immigranti hanno quasi per definizione spirito imprenditoriale». Il tasso di lavoratori autonomi, negli Usa, è più alto fra gli immigrati che fra quanti sono nati in America. Sergey Brin di Google lasciò la Russia da bambino; Pierre Omidyar, fondatore di eBay, è figlio di immigrati iraniani in Francia; il fondatore di Intel Andrew Grove («only the paranoid survive») è nato in Ungheria; Jerry Yang (Yahoo) viene da Taiwan; Elon Musk, fondatore di PayPal, è sudafricano. Queste sono la punta dell'iceberg: negli ultimi anni, un sesto delle start up innovative è sorto per iniziativa di un «americano di prima generazione». L'argomento più forte a favore dell'abbattimento delle frontiere è che la libertà di movimento è, in buona sostanza, la libertà, e reprimere l'una significa negare l'altra. Vargas Llosa aggiunge che molto spesso, col pretesto di difendere le opportunità di alcuni, stiamo in realtà riducendo quelle di tutti.

Da Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2013
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